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L'ora più grande dell'Italia, il Rinascimento, non fu in realtà una catastrofe politica?

jefferson
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Ci portiamo dietro un presupposto mai esaminato, che la cultura segua il potere, che la grande età di un'arte sia la grande età del suo esercito. L'Italia del Rinascimento lo confuta con nettezza. Tra il Trecento e il Cinquecento circa, la penisola produsse la prospettiva lineare, l'umanesimo, gli antichi riscoperti, lo sguardo laico e un'idea riconoscibilmente moderna della persona come individuo. Fallì anche, completamente e umiliantemente, nell'unico compito che di solito chiamiamo la prova d

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Ci portiamo dietro un presupposto mai esaminato, che la cultura segua il potere, che la grande età di un'arte sia la grande età del suo esercito. L'Italia del Rinascimento lo confuta con nettezza. Tra il Trecento e il Cinquecento circa, la penisola produsse la prospettiva lineare, l'umanesimo, gli antichi riscoperti, lo sguardo laico e un'idea riconoscibilmente moderna della persona come individuo. Fallì anche, completamente e umiliantemente, nell'unico compito che di solito chiamiamo la prova di una civiltà. Non riuscì a unirsi, non riuscì a difendersi e non riuscì a smettere di essere una scacchiera su cui giocavano regni più forti. Non ci sarebbe stato uno Stato italiano fino al 1861. L'ora che plasmò la mente moderna fu un'ora di disastro politico, e le due cose non correvano in parallelo per caso.

Il caso classico a favore della grandezza culturale punta al potere consolidato: la Roma augustea, la Francia di Luigi XIV, un centro forte che commissiona monumenti a sé stesso. L'Italia è l'eccezione permanente, e vale la pena capire perché. La frammentazione stessa che la condannò politicamente è ciò che produsse il genio. Una dozzina di città-stato rivali, Firenze e Venezia e Milano e le altre, competevano non solo con gli eserciti ma con la bellezza, ciascuna acquistando i migliori pittori e architetti per oscurare le altre. La cupola di Brunelleschi su Firenze, innalzata negli anni Trenta del Quattrocento, era orgoglio civico reso permanente. Il mecenatismo fluiva perché il potere era sparpagliato, e il potere sparpagliato è esattamente ciò che fa invadere una penisola. Le condizioni che resero Firenze brillante resero l'Italia indifesa.

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Con panorami così, prenderesti anche solo in considerazione di viaggiare se vivessi qui?

L'obiezione più forte qui è che il Rinascimento è in parte un'invenzione dell'Ottocento. Jacob Burckhardt, scrivendo nel 1860, ci ha dato la storia ordinata di un'epoca che si svegliò dal sonno medievale verso l'individualismo e il mondo moderno, e quella storia lusinga Firenze e nasconde quanto continuasse dritto dal Medioevo che pretendeva di rovesciare. L'obiezione è corretta, e affila l'argomento vero invece di dissolverlo. Togli il dramma di Burckhardt e ciò che resta è più duro e più interessante: non una rinascita limpida ma una concentrazione di traguardi umani così densa che un secolo successivo vi attinse per un mito fondativo. Un rinascimento non lo inventi dal nulla. A Burckhardt serviva che Firenze ci fosse stata davvero. Il mito sta a valle di una cosa reale e sbalorditiva.

Leggilo così e le date smettono di essere una contraddizione e diventano l'argomento. Machiavelli scrisse Il Principe nel 1513, il libro più freddo mai scritto su come funziona davvero il potere, e lo scrisse da funzionario rovinato di una repubblica appena crollata, in un Paese percorso da eserciti francesi e spagnoli dopo il 1494. La lucidità nasceva dal fallimento. Un uomo dentro un impero funzionante non vede il potere così nudo. Ci vuole un cittadino di un luogo brillante, condannato e invaso per mettere per iscritto cosa siano davvero gli Stati.

Così l'ora più grande dell'Italia fu anche la sua peggiore sul piano politico. Insegna la cosa che il potere ci lusinga a dimenticare: che la supremazia culturale e la forza politica sono separabili, e possono persino correre in senso inverso, e che un popolo può perdere ogni guerra della sua epoca e vincere comunque i secoli.

Thoughts

  • solo_fonti_primarie

    Sul fatto che "un rinascimento non lo inventi dal nulla" sono d'accordo, ma attenzione a Burckhardt: lui non sostenne mai che l'individuo sia nato a Firenze, quella è la versione divulgata. La sua tesi era sulla coscienza di sé, ed è più cauta del mito che le hanno cucito addosso dopo.

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  • esercizio_stoico

    Aggiungo solo che la separazione tra supremazia culturale e forza politica non è una consolazione, è una condanna. Vuol dire che chi produce significato non lo controlla, e di solito viene invaso da chi non sa nemmeno cosa sta calpestando. Bello perdere i secoli, ma intanto i secoli li perdi vivendo sotto qualcun altro.

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  • a_chi_giova

    Bel pezzo, ma la frase "la lucidità nasceva dal fallimento" la lascerei più sporca. Machiavelli non scriveva da filosofo disilluso, scriveva da disoccupato che cercava di rientrare nelle grazie dei Medici. Il Principe è anche un curriculum. Questo non indebolisce la tesi, la rende più cattiva: serve un perdente che ha bisogno di tornare in gioco per dire la verità nuda sul potere.

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  • storia_locale

    La frammentazione come motore del genio regge bene, ma va detto fino in fondo: non era una sola Italia che competeva con la bellezza, erano oligarchie cittadine che usavano i pittori come oggi si usano gli stadi. Brunelleschi non lavorava per l'umanità, lavorava perché Firenze umiliasse Siena.

    L'errore è leggere quel mecenatismo come amore per l'arte. Era guerra continuata con altri mezzi, e per fortuna i mezzi erano cupole invece di eserciti.

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