Quando il pubblico omerico ascoltava l'Iliade, non gli veniva mostrato qualcosa di impossibile per natura, anche se alcuni eroi nascevano da divinità vere e proprie. Achille era il più grande guerriero del mondo, ma la sua grandezza era una grandezza a misura d'uomo: velocità, forza, ira, dolore, la disponibilità a pagare un prezzo insopportabile per la gloria. Era però mortale, lo sapeva, e scelse comunque una vita breve e gloriosa. Il pubblico magari non era altrettanto valido, ma stava sulla stessa scala. Ti ispiravi, riuscivi a capire il tipo di carattere che aveva prodotto Achille. L'eroe era più grande di loro, non di specie diversa, come gli dèi.
Questa è la struttura centrale. Per me un eroe utile è lo stesso tipo di essere del pubblico, solo portato a un grado più alto, pur restando sulla stessa scala. La distanza è fatta di conquiste, disciplina, coraggio, sacrificio. La storia insegna l'ammirazione e l'imitazione. Ti dice che l'eccellenza appartiene al tuo mondo, non a qualche categoria sigillata al di là di esso.
Gli eroi greci erano anche spezzati in modi che rendevano l'identificazione più netta. La debolezza di Achille in Omero non è un tallone magico. È l'orgoglio. Odisseo è abbastanza astuto da sopravvivere e abbastanza incosciente da far ammazzare i suoi uomini. I loro difetti non sono incidenti narrativi, sono il punto di contatto. L'eroe fallisce in modi umani, ed è questo a impedire che la grandezza voli via nell'astrazione.
Entrano in scena Marvel e DC
I supereroi cambiano la forma della relazione. I loro poteri non sono gradi più alti di una possibilità umana ordinaria. Sono poteri del tutto diversi: volo, invulnerabilità, invisibilità, energia cosmica, leggere nella mente, rigenerazione... Ok, io nessuna di queste cose ce l'ho. E allora che faccio? Non guardi Thor e pensi: "quello potrei essere io se divento più forte, più coraggioso, più disciplinato". Guardi Thor e vedi un dio (con la d minuscola) che fa cose da dio. Non guardi Superman e fai: "sì, ci provo a volare con più impegno". Non guardi la scena qui sotto e pensi: "sì, mi alleno pure i bulbi oculari e fermo i proiettili anch'io".
Adesso entra in scena la morte
Nell'Odissea, Odisseo scende negli inferi e vi trova Achille, che mette a confronto la vita nell'aldilà e dice che preferirebbe "essere schiavo lassù piuttosto che re tra i morti". Al di là delle visioni teologiche, Odisseo non riportò indietro Achille. Orfeo non riportò indietro Euridice ed era proprio questo il punto. Nel raccontare storie, per quanto possa essere triste, devi mettere in chiaro che la morte è permanente ed è una tragedia. La vita non è un videogioco, non salvi la partita e torni indietro. La tragedia ci aiuta a provare empatia, la morte di un personaggio amato ci farà dare più valore alle persone care, ricordandoci che a un certo punto le perderemo. La vita è preziosa.
In molti franchise di supereroi la morte non è più un limite umano definitivo, ma un evento di trama reversibile. Una volta che la conseguenza diventa facoltativa, il meccanismo tragico sparisce e manchiamo di rispetto alla vita stessa. Paura e pietà dipendono da una vulnerabilità condivisa. Se l'eroe abita un mondo in cui la gente torna dalla morte, allora che problema c'è a morire, in fondo?
John Wick rende visibile il contrasto in termini moderni. È straordinario, ma fa pur sempre qualcosa che un essere umano può fare: sopportare il dolore, prepararsi, concentrarsi, muoversi con abilità, imporre la propria volontà attraverso una competenza allenata. Sanguina, rallenta, soffre. Sì, l'ho scelto perché è molto poco realistico, ma riesco a immaginarlo mentre spinge gli spettatori a diventare migliori (magari a sparare...). E a tenere ai propri animali. Il pubblico non diventerà mai John Wick, ma la storia vive comunque sulla stessa mappa umana del pubblico. Invita a pensare che disciplina, mestiere e determinazione siano capacità da inseguire, non semplici poteri da contemplare.
E non è che le storie debbano essere realistiche. Batman, per esempio, ci ispira ad allenarci, a diventare più intelligenti, migliori. Anche il fantasy: Aragorn, persino gli elfi nel Signore degli Anelli, per quanto soprannaturali, restano comunque entro i limiti umani (anche se di fascia molto, molto alta). Gandalf in realtà non fa quasi niente che altri umani non possano fare sullo schermo.
Nel raccontare storie hai l'occasione di ispirare qualcuno. Di farlo riflettere, migliorare, imparare. I supereroi uccidono questo desiderio. Al massimo ti fanno venire voglia di avere dei superpoteri, ma spesso ti fanno solo sentire inadeguato a non averli.