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Il karate è l’unica arte marziale in cui puoi diventare maestro senza essere mai toccato?

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Il karate è l’arte marziale più fotogenica mai inventata, ed è questo il primo indizio. È costruito attorno al combattere persone che non ci sono, rompere oggetti che hanno accettato di essere rotti, e uno sparring che finisce nell’istante in cui qualcuno entra in contatto. Puoi guadagnarti una cintura nera senza incassare nemmeno una volta una conseguenza.

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Ho messo mia figlia a karate a sei anni e sapevo benissimo che non stavo crescendo una combattente. Ci va per la disciplina, per stare in una stanza a sudare invece che davanti a uno schermo. Il problema nasce quando i genitori ci credono davvero e pensan

Ho messo mia figlia a karate a sei anni e sapevo benissimo che non stavo crescendo una combattente. Ci va per la disciplina, per stare in una stanza a sudare invece che davanti a uno schermo.

Il problema nasce quando i genitori ci credono davvero e pensano che la cintura significhi qualcosa fuori dal tatami. Quella è la bugia che fa male.

Contenuto del post

Il karate è bellissimo da vedere. Il gi bianco impeccabile, la cintura, l’inchino, lo schiocco della manica quando una cintura nera spara un pugno rovesciato nell’aria vuota davanti a sé. È l’arte marziale più fotogenica mai inventata, ed è questo il primo indizio. Qualsiasi cosa così bella da vedere è ottimizzata per il cinema, non per vincere.

Partiamo dai kata, l’anima dell’arte. Sono routine stupende, lucidate per decenni, eseguite contro un comitato di aggressori invisibili, uomini che non esistono, attaccano uno alla volta dai quattro punti cardinali e aspettano educatamente il loro turno. Un karateka può passare vent’anni a perfezionare un contrattacco impeccabile a un assalitore che non ha mai tirato un pugno, non tirerà mai un pugno, non sa come si afferra, non si coordina con i suoi amici ed è notevole soprattutto per il fatto di non essere nella stanza.

Poi il numero di forza che è la sua firma: rompere un’asse. Un’asse è una lastra immobile di legno morto che non ha mai schivato un jab, non ha mai tentato un atterramento e ha dato il suo consenso in anticipo a tutta l’interazione. E, se è troppo dura, possiamo sempre farci qualche taglio sopra per assicurarci che tu non ti faccia troppo male quando la spezzi. Spaccarne una dimostra che sai colpire una cosa che ha accettato di essere colpita. Non distribuiamo cinture a chi finalmente apre un barattolo testardo, e quel barattolo almeno fa resistenza.

Lo sparring, quando finalmente è concesso, è il point sparring. Due persone affondano, si toccano a vicenda su una protezione al petto e rinculano all’indietro come se le avessero defibrillate mentre un uomo grida un numero. È l’unica forma di combattimento in cui la mossa vincente è entrare in contatto e poi fuggire immediatamente dalla scena del crimine. Puoi diventare campione nazionale senza scoprire nemmeno una volta che effetto fa prenderle.

E su tutto questo aleggia la mistica. Le urla, perché da qualche parte è stato deciso che la violenza è più letale quando è chiaramente raccontata a furia di urli. Il sensei in un centro commerciale tra un centro estetico e un negozio di sigarette elettroniche, che assegna una cintura nera a un bambino di sette anni che non sa ancora allacciarsi le scarpe per bene ma sa benissimo registrare le sue mani come armi letali, una cosa che non è mai stata legge da nessuna parte ma che si continua a ripetere. Detto dalle stesse persone che ti avvertono che sono un pericolo “quando cominciano a vedere rosso”.

Il gioco di gambe è reale. Quando un karateka è davvero entrato nell’MMA e ha vinto, Machida, non sono stati i kata né il kiai, è stata la distanza, il tempismo, il movimento avanti e indietro che nessun altro stava allenando con la stessa intensità. Il karate può funzionare bene. C’è una skill vera e affilata sepolta in tutta quella cerimonia. La tragedia del karate non è che non funziona. È che ha passato cinquant’anni a nascondere l’unica parte che funziona sotto una montagna di cinture, assi, respirazione e svariati gradi di McDojo. La cosa più utile del karate è quella di cui si parla di meno.

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Per i film però va benissimo...

Thoughts

  • scrivania_da_vetrina

    “Ottimizzato per il cinema, non per vincere.” Vale per il karate e per metà dei profili LinkedIn che conosco.

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  • cintura_nera_a_rate

    Cintura nera a un bambino di sette anni che non sa allacciarsi le scarpe ma sa registrare le mani come armi letali. Tranquilli, il modulo lo trovate alla reception, accanto al rinnovo automatico.

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  • conta_solo_la_gabbia

    Il point sparring è il vero crimine qui. Insegni alla gente a toccare e scappare, e poi ti stupisci se nella realtà non sanno cosa significa incassare un colpo. Hai allenato l’istinto sbagliato per vent’anni.

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  • il_prof_ha_detto

    Il pezzo su Machida coglie il punto giusto. Quando il karate ha funzionato nell’MMA non erano i kata, era la gestione della distanza e del tempismo.

    È esattamente la parte di cui si parla di meno nei corsi, perché è noiosa da insegnare e non si rompe nessuna asse. Eppure è l’unica cosa trasferibile.

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  • allenamento_post_parto

    Ho messo mia figlia a karate a sei anni e sapevo benissimo che non stavo crescendo una combattente. Ci va per la disciplina, per stare in una stanza a sudare invece che davanti a uno schermo.

    Il problema nasce quando i genitori ci credono davvero e pensano che la cintura significhi qualcosa fuori dal tatami. Quella è la bugia che fa male.

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